
«Il miglior amico d’un ragazzo è la propria madre»
(N. Bates)
Uno dei maggiori punti focali, caratterizzanti l’opera del regista A. Hitchcock, è, certamente, il trattamento e l’investigazione di dinamiche psicologiche a livello meta-tematico.
“Il Maestro della Suspense”, così come, ai posteri, venne battezzato, fu capace di architettare enigmatici universi, all’interno dei quali gravitano, simili a corpi celesti, situazioni, eventi, storie e personaggi plasmati e scolpiti ad arte mediante un’ evidente e quanto mai pregiata conoscenza delle classiche teorie freudiane, abbinate, di rimando, a un sagace e non comune “occhio” Psicoanalitico.
Tali schemi, impreziositi da una straodinaria fotografia, da una perizia tecnica e un’attenzione al montaggio più unica che rara, dal magistrale uso tensivo della suspense, attraversano l’intera carriera filmografica del regista, ponendo un marchio inconfondibile ai suoi lavori, decretandone, così, la fama, la fortuna, e il prestigio a livello mondiale.
“Psycho” è un film del 1960, ideato e diretto dal grande cineasta britannico (naturalizzato statunitense), e rappresenta uno dei suoi più grandi successi commerciali e di critica.
La pellicola, fedelissima e puntuale trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo, pubblicato nel 1959 dallo scrittore Robert Bloch, fu candidata a quattro Premi Oscar.
Il film, oggi considerato un capolavoro, venne girato in bianco e nero ad alto contrasto, nonostante l’utilizzo del Technicolor fosse ormai la norma da diversi anni. Questa scelta stilistica fu utilizzata per conferire alle immagini una maggiore valenza drammatica, sottolineando, attraverso il sottile e alternato, gioco di luci e ombre e il dinamismo delle inquadrature, le espressioni e la mimica dei volti, ritraendo, in tal modo, visivamente, la complessità dei protagonisti e indagandone i vissuti emotivi. Nel contempo, il ritmo incalzante e ipnotico dell’ ormai celeberrima colonna sonora, accompagna le gesta degli attori, scandendo i momenti dell’azione.
All’interno del nastro cinematografico, un altro elemento, notevolissimo ed estremamente significativo, d’ordine visivo e simbolico, è svolto dalle immagini di linee orizzontali e verticali che tagliano, spezzandolo, in due lo schermo. La percezione d’uno spazio dimensionale scisso e lacerato, genera un’architettura visiva in grado di rappresentare il conflitto vissuto dallo spettatore (che sperimenta sentimenti e reazioni contrastanti: attrazione e repulsione, partecipazione e condanna, disgusto e curiosità, imbarazzo e piacere) e quello estremo dei personaggi.
Sia il romanzo, sia il film (come c’era da aspettarsi!), sono piuttosto avari di descrizioni biografiche, e/o informazioni di qualsivoglia altro tipo, circa la storia e l’identità dei personaggi principali, lasciando, pertanto, molti particolari e interrogativi avvolti nel più fitto mistero.
In ogni modo, dal poco che viene raccontato, si apprende che Norman Bates è un giovane solitario e introverso. Il Sig. Bates abita, da sempre, in un’antica villa in cima a una collinetta, da qualche parte, nei pressi di un piccolo e desolato paese degli Stati Uniti; conduce una vita ritirata da circa una decina d’anni (eccezion fatta per la compagnia della madre assassinata, riesumata dalla tomba e impagliata, da cui è, nello stesso tempo, affettivamente dipendente e perennemente in conflitto (prima reale, poi immaginario). L’unico passatempo che può concedersi, tra i pochi altri, severamente proibitigli dalle terribili voci della madre (costituite sostanzialmente da grida, aspri rimproveri, maledizioni, imprecazioni e maligne e umilianti denigrazioni) sembrerebbe essere la passione per la lettura, prettamente di genere esoterico, spaziando dalla teosofia, all’ occultismo, ad altre trattazioni simili. Tra gli altri hobby praticati, quindi, di nascosto, troviamo l’alcolismo, la tassidermia e il travestitismo (impersonando proprio la madre, tentando di assomigliarle, il più possibile, utilizzandone gli effetti personali, quali: trucchi, vecchi vestiti e parrucche). Ciò costituisce, paradossalmente, l’unico modo per dare agito ai comandamenti super-egoici impartiti dalla voce stessa della tremenda genitrice.
Bloch, narra del difficile rapporto di Norman con la madre Norma, risalendo sino all’infanzia.
La donna dal carattere rigido, dominante e autoritario, è connotata da un atteggiamento perennemente iperprotettivo e nel contempo svalutativo, critico e assillante, nei confronti del figlio. L’autore scrive molto intorno all’ assenza del padre o d’un’altra figura maschile/paterna che ne potesse fare le veci, della costante e verbalizzata misandria della madre, rivolta principalmente verso l’ex marito, padre di Norman, reo di averla abbandonata. Tali frequenti traumatiche colpevolizzazioni vengono, attraverso la dinamica difensiva dello Spostamento, ingiustamente proiettate, con violenza e aggressività, all’indirizzo del povero ragazzo che, inoltre, durante la crescita, conduce, suo malgrado, un’ esistenza introiettata e marginale.
La cura e l’amore ossessivo di Norman verso la genitrice e il suo simulacro, è un lampante esempio di Formazione Reattiva, un complesso meccanismo di difesa, portato, in questo caso, all’estremo, dove i sentimenti e gli impulsi inaccettabili (nella fattispecie l’odio), vengono modificati e sostituiti in modo da divenire il loro esatto opposto ed essere percepiti come tollerabili, “giusti”, consueti.
Madre e figlio, avrebbero vissuto delle rendite della fattoria di proprietà fino al compimento dei 19 anni del ragazzo. A questo punto Norma, la madre, avrebbe iniziato una relazione con un uomo, tale Cousefine, presentato a Norman in qualità di “Zio”. Quest’ultimo avrebbe successivamente persuaso la madre alla vendita della fattoria e all’ acquisto di un motel lungo la strada statale. L’acquisto del motel si rivelò un buon affare. Tuttavia, dopo breve tempo, Norman assistette a un rapporto sessuale tra la madre e l’amante, in cui gli venne, oltretutto, rivelata l’intenzione dei due di convolare a nozze. In seguito a quest’evento, durante una festa tesa a brindare ai futuri lieti eventi, Norman avvelenò entrambi gli amanti, senza venire scoperto. Il caso venne, infine, archiviato come suicidio. Dopo qualche tempo, la costruzione d’una nuova strada principale parallela, isolerà Norman e il suo motel, lasciandolo confinato nel più completo abbandono.
Il ragazzo, in preda, più che al senso di colpa, alla necessità di mantenimento del proprio Io simbiotico, decise di riesumare la madre e impagliarla, tenendola con sè in casa, imitandone le sembianze, tentando di assumerne l’identità e gli agiti, avendone un fortissimo bisogno a livello psicologico a causa del loro intimo, personalissimo meta-significato.
Giungiamo, così, al presente della storia; Phoenix (Arizona), Stati Uniti, è l’11 dicembre del 1959. Marion Crane, bella e giovane segretaria di un’agenzia immobiliare, è innamorata di Sam Loomis, imprenditore, proprietario d’un negozio di ferramenta, col quale ha intrapreso, da tempo, una relazione segreta, fatta di fugaci incontri in albergo durante le pause pranzo.
Un giorno, il proprietario dell’agenzia dove lavora conclude un affare da 40000 dollari per la vendita d’una casa nuova. L’acquirente, invece di pagare per mezzo d’assegni, porta con sé 400 biglietti da 100 dollari chiusi all’interno di una valigetta.
Il proprietario li consegna a Marion, di cui si fida, affidandole l’incarico di versarli al più presto in banca. Marion esce con il denaro, partendo, però, per tutt’altra destinazione.
Il sogno di Marion sarebbe di utilizzare i soldi per costruirsi una nuova vita con l’uomo di cui è innamorata che, però, è del tutto inconsapevole del suo piano e che con ogni probabilità, pur versando in condizioni economiche difficili e precarie, lo disapproverebbe con risolutezza.
Dopo un lungo e tormentato viaggio in automobile, non sapendo cosa fare, decide di dormire in macchina. Viene svegliata da un poliziotto, il quale le fa qualche domanda per capire il suo stato d’animo. Marion riparte, ma si accorge che il poliziotto la segue. Alla città più vicina si ferma da un concessionario e cambia la sua auto per non lasciare tracce. Si rimette in macchina. Dopo qualche ora, sorpresa da un’improvvisa e battente pioggia, esce per sbaglio dall’autostrada e scorge l’insegna di un motel (il “Bates Motel”), sormontato da un’enorme casa situata su di una collina a meno di 50 metri. Mentre osserva una delle finestre della casa con la luce accesa, Marion scorge l’ombra di una donna che si muove in una stanza. Marion suona il clacson e viene raggiunta dal giovane proprietario e gestore del motel, Norman Bates, il quale le dice di avere il motel libero da tempo in quanto, dopo il cambio di percorso dell’autostrada, si trova su una strada secondaria (qui Marion si rende conto di aver sbagliato uscita). Il ragazzo si mostra subito gentile e, dopo aver dato a Marion la stanza numero 1, la invita a cena in casa insieme a lui e alla madre.
Norman rientra nell’abitazione per preparare la cena ma ha un acceso diverbio con l’anziana madre, discussione che Marion ascolta dall’esterno senza però assistervi di persona. La madre, con la quale Norman vive, è una donna invalida che si dimostra gretta, egoista e si rifiuta di accettare Marion in casa. Norman, amareggiato, scende nel motel con le pietanze e propone alla sua ospite di consumare la cena nel salotto dell’ufficio. Qui il giovane, intavolando con la donna una conversazione dall’apparenza scontata e banale, si rivela emotivamente fragile e molto legato alla madre nonostante essa sia invalida, bisbetica e possessiva.
Marion, confrontando la propria vita con quella di Norman, si rende conto che, per quanto piatta e senza soddisfazioni, la sua individualità di donna frustrata non è poi così intollerabile come le appariva in precedenza: decide allora di ritornare a Phoenix per restituire i soldi rubati, prima che sia troppo tardi. Si congeda quindi da Norman e si appresta a fare la doccia. All’improvviso una figura femminile appare nel bagno, assale l’ignara Marion, la uccide brutalmente a coltellate e si allontana furtivamente. Poco dopo, sopraggiunge Norman, che, riavutosi dall’iniziale attimo di raccapriccio, decide di pulire la scena del delitto per nascondere le tracce di sangue. Pulita la stanza, carica il cadavere e la valigia nella macchina di Marion, aggiungendo infine il giornale in cui la donna aveva nascosto il denaro (di cui l’uomo ignora il contenuto), e lasciando sprofondare il mezzo all’interno dello stagnante laghetto, prossimo alla sua abitazione.
Una particolarità, molto rappresentativa, è la costellazione di specchi che accompagnano Marion lungo il percorso di fuga, facendo capolino, sopratutto, durante i punti nodali del racconto; come nei momenti di scelta e riflessione della ragazza, proiettando i suoi dubbi, la sua storia, forse la sua vita e i suoi sogni infranti, la sua muta disperazione. Emblematico e inquietante, invece, lo specchio scheggiato presente nella stanza da letto della madre di Norman.
Lo specchio, elemento simbolico ricorrente della lirica Hitchcockiana, è molto presente già ne “Il peccato di Lady Considine” del 1949 e in “La donna che visse due volte” del 1958.
Questo strumento scenico, allo stesso tempo potente e fragile, puro e impuro, sembra, quasi, essere avvolto da un alone di magico misticismo, essendo in grado di evocare e restituire, simultaneamente, sia il momento introspettivo, sia la scissione e il doppio, impressionando, definitivamente, sullo schermo, un’immagine cristallizzata d’autocoscienza.
Dopo la morte della coprotagonista e la sua uscita di scena (Janet Leight vinse, per quest’interpretazione, il Golden Glode come migliore attrice non-protagonista), il personaggio principale del racconto, l’antieroe della storia, diventa Norman Bates (Anthony Perkins).
Utilizzando la chiave di lettura psicodinamica, per descrivere i personaggi, è possibile notare come entrambi presentino delle caratteristiche in comune. La più evidente, tra queste, è l’assenza di una figura paterna/maschile di riferimento e d’una famiglia in generale (eccezion fatta per la sorella di Marion, che sarà, appunto, risorsa, motore energetico tangibile e fonte risolutiva della storia).
L’uomo, dal canto suo, presenta un importante complesso edipico non risolto, espresso chiaramente dall’atto l’omicida nei confronti della madre e del suo spasimante. Il temuto probabile cambiamento che sarebbe scaturito dal matrimonio della genitrice, mette in crisi l’apparato psichico di Norman.
Il ragazzo, non separato dalla madre e legato a essa da un legame morboso e inscindibile, spaventato dalla possibilità di poter perdere o vedere trasformata irrimediabilmente questa relazione simbiotica, accecato dalla rabbia, perde il controllo dei propri impulsi, assassinandola.
In seguito, il rimorso per il suo gesto compiuto scinde in tre parti la personalità del giovane, dandone una parte (e in un certo senso riportandola in vita) a sua madre, che faceva rivivere vestendosi come lei e riuscendo perfino ad imitarne perfettamente la voce. La gelosia provata da Norman nei confronti della la madre non fu sufficiente a renderla completamente viva, costringendolo, perciò, a inscenare anche la prospettiva contraria, rese cioè, “sua madre” gelosa di lui, attuando quel meccanismo psicopatologico di rimozione del vissuto, noto in psicanalisi come “identificazione proiettiva”. Di conseguenza, ogni qual volta l’uomo entrava in relazione con donne diverse da sua madre, quest’ultima per proteggerlo, eliminava, letteralmente, la fonte delle pericolose pulsioni attraverso molteplici sistemi e strategie, tra i quali anche l’omicidio.
La psicoanalista austriaca Melanie Klein, in “Note su alcuni meccanismi schizoidi” (1946), formulò il concetto di identificazione proiettiva. Quest’ultimo venne concepito per spiegare un esemplare meccanismo di difesa, nel quale è attivo il bisogno di introdurre il sé, o parti scisse del sé all’interno dell’oggetto (madre o caregiver) al fine di possederlo e controllarlo.
La personalità di Bates, sembrerebbe essersi strutturata ed evoluta, scomponendosi e scindendosi, in tre diversi attori principali, rivestenti i ruoli dell’asse psichico triangolare Io – Es – Super-Io:
1. Norman, il bambino, abusato psicologicamente da una madre ambivalente e disturbata, che, tuttavia ha con essa un rapporto simbiotico.
– Io (Regressione – Formazione Reattiva – Identificazione Proiettiva)
2. Normal, l’uomo adulto e razionale, che tenta di liberarsi dal controllo materno, rimanendone, nonostante i tentativi, sempre soggiogato e inesorabilmente legato.
– Es (Proiezione – Intellettualizzazione – Sublimazione)
3. Norma, che rappresenta l’identificazione psicotica con la rigida e dispotica madre.
– Super Io (Scissione – Rimozione – Spostamento)
*Tra parentesi, i principali Meccanismi di Difesa utilizzati dal personaggio.
Queste parti del Sè, prendono luce o vengono messe in ombra in relazione a situazioni e necessità contingenti, volte presumibilmente a mantenerne intatta e in equilibrio la struttura.
La sintomatologia, fin’ora descritta, lascia presupporre che l’uomo soffra d’una grave forma del Disturbo Dissociativo dell’Identità (DSM-5). Tale disordine psicologico potrebbe derivare dalla perpetrazione di forme di violenza e abuso cronici che il soggetto subirebbe a partire dalla primissima infanzia, al punto che, tale evidenza, viene oggi inclusa nelle categorie nosografiche del DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta Edizione, 2013).
Il termine “Dissociazione” descrive la disconnessione tra alcuni processi psichici rispetto al restante sistema psicologico dell’individuo. Con la dissociazione si crea un’ assenza di connessione nel pensiero, nella memoria e nel senso di identità di una persona.
La dissociazione è, dunque, un processo di dis-integrazione, la mente viene a perdere la sua capacità di integrare alcune funzioni superiori, e svariate osservazioni cliniche stabiliscono un legame causa-effetto tra trauma e dissociazione (Dutra et al., 2009).
La personalità dissociata di Norman esplode, sotto forma di violenza e aggressività, nel momento in cui la sua mente diviene incapace di gestire i conflitti interni. L’attaccamento ambivalente stabilitosi con la figura di accudimento, quindi di converso con il materno/femminile, è strutturato su un asse di amore-odio non consentendogli l’instaurazione d’un rapporto maturo e costruttivo con l’Altro e in particolare con l’altro sesso.
L’insolita occasione d’incontro con una donna sola, impaurita e in fuga che si dimostra nei suoi confronti disponibile all’ascolto ed empatica, accettando persino una sorta d’invito a cena, genera in lui, un essere indegno d’amore, un conflitto insanabile che può essere assolto unicamente tramite l’ omicidio (rimozione), comandato da un rigido Super-Io, d’ una figura che rischierebbe di metterne in crisi la strutturazione psicotica e, conseguentemente, il fragile Io.
Il personaggio di Norman Bates è ispirato alla figura di Ed Gein che, nel periodo tra il 1947 e il 1957, uccise alcune persone negli Stati Uniti (Wisconsin), decorando la propria dimora con i resti delle vittime. La sua figura, ispirò diversi film di successo come: “Il silenzio degli innocenti” (1991) e “Non aprite quella porta” (1974), dove è rispettivamente rappresentato dai sinistri personaggi: Hannibal Lecter (Anthony Hopkins) e Leatherface. Molto evocativo e degno di menzione anche il pregevole remake a colori, shot-by-shot, “Psycho”, firmato da Gus Van Sant nel 1998.
Andrea Quattrone
“Il migliore amico di un ragazzo è la propria madre “così afferma Bates ma sembra una contraddizione se poi vediamo i risvolti della formazione di una personalità fortemente disturbata, quella dissociata di Norman ,risultato di una educazione oppressiva e ossessiva della madre di lui ,da definirsi insopportabile , Così da causare la crisi schizzofrenica di Norman che la uccide ma la fa comunque rivivere in se stesso . Esempio tipico di una crisi psicotica e devastante .
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