
La morte di Alexei Navalny, il più noto oppositore di Vladimir Putin, ha scosso la comunità internazionale e suscitato molteplici interrogativi. Navalny, detenuto in una colonia penale nella regione artica, è deceduto all’età di 47 anni senza segni premonitori di gravi problemi di salute. Secondo il Servizio penitenziario federale, Navalny si è sentito male dopo una passeggiata mattutina e, nonostante i tentativi di rianimazione, è stato dichiarato morto. La versione ufficiale suggerisce una trombosi come possibile causa del decesso, ma le circostanze rimangono avvolte nel mistero, tanto che il corpo non è stato immediatamente trovato e ci sono state difficoltà nell’accesso alle informazioni da parte della famiglia e degli avvocati.
Le indagini sulla morte di Navalny hanno sollevato ulteriori dubbi. Segnalazioni indicano che il corpo presentava lividi, suggerendo tentativi di rianimazione. C’è stata una certa confusione riguardo alla localizzazione del corpo, con il trasferimento tra diverse località prima di giungere all’obitorio. La moglie di Navalny, Yulia, ha espresso il sospetto che le autorità stessero temporeggiando la restituzione del corpo per permettere la scomparsa di eventuali tracce di Novichok, il veleno precedentemente utilizzato contro di lui.
In seguito alla morte di Navalny, si sono verificate proteste in tutta la Russia, con centinaia di arresti. La reazione internazionale è stata forte, con leader occidentali che hanno espresso condanne e richiesto indagini approfondite. La situazione ha anche alimentato speculazioni e teorie riguardo le cause reali della morte, comprese accuse di uccisione intenzionale.
La perdita di Navalny ha lasciato un vuoto nell’opposizione russa e ha sollevato preoccupazioni sulla libertà e la sicurezza degli attivisti nel paese. La sua morte non solo segna la fine tragica di un importante figura politica ma solleva anche interrogativi cruciali sulla giustizia e i diritti umani in Russia.
Elena f.