In margine all’oblio oncologico

Allineandosi ad altre, avanzate, nazioni europee l’Italia si avvia a legalizzare l’oblio oncologico, ovvero il diritto a non dichiarare, nella certificazione sanitaria indispensabile per ottenere un prestito, un mutuo o un fido, di essere stati affetti dieci anni prima da un tumore. Tuttavia negli altri Paesi si ha diritto all’oblio oncologico se da almeno cinque anni il soggetto non sia andato incontro a recidive. La ritrosia degli Enti a concedere tali benefici, peraltro a carissimo prezzo considerando gli interessi applicati, deriva dal timore che il richiedente abbia una spettanza di vita ridotta in rapporto alla patologia. Le Banche Dati in materia di tumori non recidivati a distanza di dieci anni dalla diagnosi e dagli interventi praticati, escludono che la persona abbia un rischio per la salute e per la vita superiore a quello della restante popolazione. E’ ovvio che l’Ente beneficiante abbia il diritto di tutelarsi ma è altrettanto ovvio che molte altre patologie comportano rischi per la salute e per la vita superiori a quelli incardinati a un tumore che da oltre dieci anni non da notizia di se’. In materia di medicina psicosomatica è noto che sull’humus di una psiche depressa, delusa e stressata, possono attivarsi varie malattie “psicosomatiche” ivi comprese quelle neoplastiche. In buona sostanza l’oblio oncologico, seppure interveniente dopo dieci anni (e non cinque come in altri Paesi) rappresenta una giusta misura a tutela di una non piccola fascia di popolazione che non presenta, in ragione della pregressa patologia, una significativa riduzione della spettanza di vita rispetto alla restante popolazione.

Gabriele Quattrone

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