Un cervello immortale digitalizzando la memoria

Forse tra una ventina d’anni il cervello umano potrebbe essere immortale, grazie all’upload dei propri ricordi in forma digitale, consultabili in ogni momento attraverso un computer. La suggestione di per sé è molto vicina alla fantascienza, ma con i nuovi progressi della medicina e delle neuroscienze, molti ricercatori sono convinti si possa presto realizzare un’operazione di questo tipo, impedendo di fatto che la memoria di una persona vada persa dopo la morte. Ne sono certi per esempio gli studiosi della startup americana Nectome, che da qualche tempo, con il contributo del fondatore Robert McIntyre, già ricercatore del Mit (Massachusetts Institute of Technology) nel campo dell’Intelligenza Artificiale, stanno verificando la fattibilità scientifica di un processo simile. La startup, nata nel 2015, sta provando a sviluppare tecnologie che permettano di fatto la digitalizzazione del cervello, di quanto ricorda e delle emozioni provate di fronte ai ricordi. Ma lontanamente di quanto si sia letto o visto in molti libri o serie tv, non c’è alcun legame con l’ibernazione o il trapianto dell’organo, bensì si tratterà di un’operazione più simile alla realizzazione di un backup, come se la memoria divenisse un archivio sul Cloud.

I maggiori limiti riguardano l’operazione in sé, ovvero la trasformazione degli impulsi nervosi di circa 86mila milioni tra neuroni e altre cellule specifiche nella ricezione degli stimoli, in quella che sarebbe di fatto una memoria digitale fatta di bit, nella componente emotiva, tra l’altro, l’aspetto che differenzia maggiormente gli uomini dai computer. Allo stesso modo, per portare avanti una simile ricerca, non si può fare affidamento a un cervello umano standard, dal momento che i ricordi stessi sono frutto di continui cambiamenti nel corso della vita. Di fronte a questa sfida, raccontano i ricercatori, l’organo umano dovrebbe essere come imbalsamato, in modo tale che resti intatto nel corso di un lasso temporale sufficiente al completamento del “back up”, che implica singolarmente molte perplessità non solo scientifiche, ma anche etiche, dal momento che i soggetti più idonei per svolgere questo tipo di studi sarebbero i malati terminali o chi riversa in uno stato vegetativo. Per riuscire in questo arduo compito, la società ha già raccolto il sostegno del Mit e le risorse provenienti da diversi investitori, che credono nell’ambizioso progetto. Secondo l’imprenditore e miliardario russo Dmitry Itskov, nel 2045 questa prospettiva potrà essere più realistica, in proporzione ai progressi del Metaverso nei prossimi anni, con la vita quotidiana delle persone che sarà sempre più digitale e con una crescita sempre maggiore dei dati attribuibili ai singoli individui. Una prospettiva della quale è convinto anche Raymond Kurzweil, direttore del dipartimento Ingegneria di Google.

Al di là della fattibilità, gli obiettivi posti al momento riflettono la volontà di conservare la memoria storica, siccome i ricordi di un singolo cervello umano permetterebbero di disporre di una conoscenza significativa per estendere il bagaglio delle fonti consultabili, per quanto soggettive e filtrate dall’individuo. Gli oppositori paragonano questo processo alla criogenesi, che parallelamente studia un modo per l’ibernazione dei corpi, prevenendo la morte delle persone. A dispetto dei molteplici dubbi, sarebbero già venticinque le persone che hanno prenotato un posto, affinché Nectome possa digitalizzare la propria memoria, attraverso un’iscrizione che costa la modica cifra di 10mila dollari, l’equivalente di quasi 9mila euro.

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