Scienza: chi dorme non piglia pesci!

Un vecchio detto citato per indicare che il dormire o comunque mantenere un certo livello di inattività non portava a nessun guadagno. Invece recenti studi scientifici hanno dimostrato come il sonno e il sogno hanno un ruolo fondamentale in alcuni processi cognitivi quali l’apprendimento di nuove conoscenze e l’integrazione delle nuove memorie. Ognuno di noi passa circa un terzo del proprio tempo a dormire e non è affatto una perdita di tempo. Il sonno è un processo fisiologico complesso che ha inizio e si mantiene grazie a determinate aree cerebrali e alla produzione di specifiche sostanze chimiche.

Il sonno è suddiviso in due stati e stadi diversi; in particolare attraverso l’analisi dell’attività cerebrale, i ricercatori hanno dimostrati che esistono 2 tipi di sonno: REM (rapid eye movements) e sonno NREM (non rem) che a sua volta si differenzia in 3 stadi in base alle caratteristiche dell’attività cerebrale. Nella fase NREM distinguiamo il sonno più leggero (stadi N1 e N2) e il sonno più profondo (stadio N3) in cui il corpo e il nostro cervello recuperano dalle fatiche della veglia. Ma il tipo di sonno che desta più interesse è quello REM chiamato cosi per la presenza di movimenti oculari rapidi, e che presenta particolari caratteristiche come i cambiamenti nelle funzioni vegetative e una attività cerebrale caratterizzata da elaborata frequenza e bassa ampiezza delle onde elettriche cerebrali simili a quelle che osserviamo in veglia. Durante il sonno il nostro cervello risponde a eventuali stimoli sensoriali come se fosse sveglio. C’è correlazione tra sogno e memoria, ed è importante ricordare che numerosi studi hanno dimostrato che il sonno ha un effetto positivo sul consolidamento delle memorie acquisite durante la veglia. A livello neurobiologico il consolidamento della memoria durante il sonno sarebbe possibile grazie a una “potatura sinaptica” che avrebbe luogo durante il sonno. In particolare il nostro cervello, eliminerebbe le informazioni più inutili e rilevanti e renderebbe più solida, e quindi duratura, quelle più importanti attraverso un meccanismo di depotenziamento/potenziamento sinaptico. Recenti studi svolti in collaborazione con il reparto di psicologia della università Campana “Luigi Vanvitelli” mostrano che le rielaborazioni delle tracce mnestiche dei nostri apprendimenti diurni aumentano la qualità del sonno stesso.

Possiamo concludere dicendo che, diversamente da quello che gli antichi pensavano, il dormire non è una perdita di tempo bensì un periodo importante della giornata in cui il nostro cervello continua ad essere impiegato in una laboriosa attività.

Andrea Quattrone

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