#revengeporn

Dopo il caso della maestra di Torino costretta a licenziarsi dopo che il suo ex aveva diffuso sue immagini hard, nel nostro Paese si è scoperchiato un nuovo vaso di Pandora. Quelle delle tantissime donne che ogni giorno sono vittime di revenge porn.

Cos’è il revenge porn?

Il termine “Revenge Porn” è indicativo di un fenomeno estremamente dannoso che ha sfruttato la diffusione su vasta scala della tecnologia e dei social media per infliggere gravi danni psicologici e fisici alle persone coinvolte. Questa pratica nefasta comporta la divulgazione non autorizzata di materiale sessualmente esplicito, come immagini o video, con l’obiettivo di arrecare danni alla persona rappresentata. L’era digitale e l’avvento dei social media hanno indubbiamente rivoluzionato i modi di comunicare e condividere informazioni, ma purtroppo hanno anche aperto la strada a forme di violenza e abuso, influenzando in modo significativo il panorama sociale.

Uno dei fenomeni correlati a questo contesto è il “sexting”, che consiste nello scambio consensuale di contenuti sessuali tra partner. Quando praticato da adulti consenzienti, il “sexting” può essere considerato un comportamento accettabile all’interno di una relazione. Tuttavia, è importante sottolineare come l’abuso della tecnologia abbia contribuito alla diffusione di contenuti dannosi e inappropriati, alimentando un clima di violenza e abuso. Dal punto di vista legale, il termine “Revenge Porn” indica la diffusione di materiale sessuale senza consenso con l’intento di ledere la sfera psicofisica della persona coinvolta. Questo termine è stato inizialmente introdotto nella legislazione inglese e successivamente adottato in altri contesti giuridici per affrontare questo grave problema sociale. La sezione 33 del Criminal Justice and Courts Act 2015 nel Regno Unito prevede specifiche disposizioni punitive per chi commette atti di “Revenge Porn”, stabilendo una pena massima di reclusione di due anni.

In definitiva, è cruciale adottare misure a livello legale, sociale ed educativo per contrastare e prevenire il fenomeno del “Revenge Porn”, proteggendo le vittime e promuovendo una cultura online consapevole e rispettosa dei diritti umani. Nonostante i numerosi casi di ‘vendetta pornografica’, che molte volte si sono conclusi con il suicidio della vittima a causa del grave disagio psichico che aveva subìto, l’ordinamento giuridico penale italiano non prevedeva (fino ad Agosto del 2019) nessuna norma penale che fosse in grado di punire il reo colpevole di condotte qualificabili come ‘Revenge Porn’.

Esiste un’altra forma di violenza: quella indotta dalla tecnologia. Walker e Sleath (2017) hanno indicato che gli abituè di revenge porn usano la tecnologia per esercitare controllo e potere sulle loro vittime. Gli uomini che pubblicano foto nude delle loro ex partner possono infatti aver bisogno di riaffermare il proprio ruolo di genere (come superiore a quello della donna) recuperando quel potere che hanno sentito di aver perso subendo la decisione di chiusura della relazione sentimentale.

E allora quali sono le motivazioni che spingono qualcuno a voler condividere materiale intimo di una persona, senza il suo consenso. Per alcuni è come un gioco; per altri è un fine per raggiungere un guadagno economico: possono infatti vendere le immagini sessualmente esplicite, oppure potrebbero tentare di ricattare minacciando di diffondere le immagini a meno che la vittima non paghi una certa cifra o non faccia determinate cose. Infine, un’altra spiegazione può essere legata alla gratificazione sessuale e al mostrare la propria mascolinità a un gruppo di pari (Henry & Flynn, 2019).

Non tutti sono consapevoli del danno psicologico , fisico, economico che si può generare condividendo materiale sessualmente esplicito all’insaputa della vittima. Il fatto che alcune persone potrebbero non avere l’intenzione specifica di ferire, danneggiare e umiliare l’altro non giustifica quel comportamento dal momento che le immagini private sono destinate a rimanere tali. Parte dell’impatto psicologico è sicuramente legato al senso di colpa: lo scenario che possa venir detto loro che avrebbero dovuto conoscere i rischi quando hanno inviato quelle foto rinforzerebbe l’idea di aver in qualche modo contribuito alla violenza. Del resto gli adulti che scelgono di condividere foto intime con partner consenzienti non hanno fatto nulla di sbagliato. La colpa è solo delle persone che hanno scelto di condividere le immagini senza il loro permesso. Inoltre, l’invio di materiale sessualmente esplicito da parte di una donna la colloca sicuramente in una posizione a maggior rischio di stigmatizzazione sociale rispetto a un uomo ed è proprio a causa di questo stigma che le vittime possono tendere a non cercare aiuto e a non denunciare questo reato (Ruvacalba & Eaton, 2019). È interessante riflettere sul significato del termine revenge porn. Il termine, infatti, suggerisce che la vittima abbia provocato un danno o un dolore all’offendente in conseguenza del quale questi sta cercando vendetta, ferendola o danneggiandola, e questo porta tendenzialmente a biasimare le vittime per l’abuso che hanno ricevuto. Per questo motivo alcuni autori tendono a non usare il termine revenge porn (Maddocks, 2018). La ricerca qualitativa condotta da Bates (2016) porta avanti l’idea che la pornografia non consensuale ha molte analogie, in termini di conseguenze per la salute delle vittime, alla violenza sessuale agita di persona. In interviste individuali con 18 donne vittime di revenge porn, le partecipanti hanno riportato sintomi di disturbo da stress post-traumatico, ansia, depressione, pensieri suicidari, comportamenti disfunzionali (autolesionismo e abuso di alcol), e altri esiti negativi sulla propria salute mentale come conseguenza della loro vittimizzazione (Bates, 2016). La minaccia del riemergere degli abusi porta le vittime a riferire continui timori, come se la persona rivivesse costantemente la minaccia relativa al fatto che le immagini possano essere condivise nuovamente o che possano essere rimesse online, e che quindi altre nuove persone potrebbero vedere questo materiale intimo. Le vittime tendono a essere ipervigilanti nelle interazioni virtuali e reali, a controllare internet e i social in modo compulsivo al fine di scongiurare il rischio di essere nuovamente visibili. Talvolta si prova un senso di impotenza rispetto all’impossibilità di essere certi di non essere più oggetto di diffusione. Anche se certi contenuti vengono bannati dal web, alcuni utenti possono condividere le immagini mediante i social rendendo difficile la rimozione permanente di ogni traccia da internet. Si tratta di un danno continuo e di lunga durata in cui le vittime vivono costantemente la paura di essere riconosciute, il non sapere chi e quanti possano aver visto le loro foto e tutto questo può andare potentemente a interferire negativamente nel proprio funzionamento quotidiano.

Elena Fausto

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