
Teoria della Psicomotricità dal XX° Sec. ai nostri giorni
Importante per la nascita della psicomotricità, sul versante delle teorizzazioni riguardanti l’educazione fisica è anche il contributo di Jean Le Boulche. Egli si oppone al tradizionale metodo dell’educazione fisica, secondo cui l’allenamento del corpo è finalizzato a migliorare l’esecuzione del movimento, proponendo l’approccio “psicocinetico” che considera il movimento ricco di significati espressivi, comunicativi e di socializzazione tra le persone.
L’epistemologia genetica di Jean Piaget influenza profondamente la psicomotricità. Lo studioso svizzero dimostra la predominanza dell’azione sullo sviluppo dell’intelligenza del bambino: essa si forma nei primi due anni di vita, mediante l’attività senso-motoria all’interno dei processi dell’assimilazione e dell’accomodamento. Il movimento è, quindi, considerato il fulcro della costruzione dell’intelligenza.
Gli studi successivi di Julien de Ajuriaguerra prendono le mosse dalle esperienze di Wallon e da quelle di Piaget. Ajuriaguerra compie ricerche su vari ambiti del comportamento motorio in relazione allo sviluppo psichico: tono muscolare, tic, paratonie, organizzazione prassica, disgrafie e difficoltà di scrittura.
Oggi la psicomotricità cerca di comprendere l’uomo, nel suo rapporto vissuto-agito e parlato, con se stesso e l’ambiente.
Il corpo non è concepito come pura materia fisica ma parte costitutiva della persona, luogo di emergenza dei bisogni individuali, fisici e psichici e fondamento di tutta la personalità dell’essere umano.
Gabriele Quattrone