
La Pedagogia Speciale ha attraversato diversi mutamenti in rapporto al quadro epistemologico delle varie epoche.
Fino agli anni ’50 il cammino della disciplina è stato dall’esclusione di quelli considerati “soggetti con handicap” in direzione di una progressiva medicalizzazione. Negli anni ’60 e fino ai primi anni ’70 si è passati dalla medicalizzazione all’inserimento. Tra la fine dei ’70 agli anni ’90 la parola d’ordine è stata quella dell’integrazione. Negli anni post ’90 è prevalsa la nozione di “inclusione”, con un radicale ripensamento dell’oggetto e dei confini della disciplina, non più solo le differenze causate dal deficit ma ogni “difficoltà” della persona. Nota Resico che, al di là dell’oggetto tradizionale della Pedagogia Speciale, costituito dalle disabilità e dal deficit, “le differenze si sono moltiplicate ed altri settori si sono sviluppati”.
La nuova frontiera della disciplina oggi è costituita dai soggetti con BES, con Bisogni Educativi Speciali. Con la definizione dei soggetti con BES, a partire dalla “Dichiarazione di Salamanca” dell’UNESCO, la Pedagogia Speciale ha allargato il suo oggetto, ampliandosi sempre più verso la dimensione dell’inclusione, in un’accezione quindi più ampia dei bisogni legati alla diversabilità e al deficit.
Secondo Dario Ianes “un Bisogno Educativo Speciale è una qualsiasi difficoltà evolutiva, in ambito educativo e apprenditivo, espressa in un funzionamento (nei vari ambiti della salute secondo il modello ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) problematico anche per il soggetto in termini di danno, ostacolo o stigma sociale, indipendentemente dall’eziologia, e che necessita di educazione speciale”.
Gabriele Quattrone