Le Forze Armate e il Disturbo Post-Traumatico da Stress

Il Disturbo Post Traumatico da Stress (DPS) è una patologia a carattere cronico e permanente che investe le persone che siano state esposte a un evento che le ha poste in immediato pericolo di vita. Peraltro il pericolo di morte può comportare DPS anche nei congiunti. Non ha importanza che l’allarme si sia rivelato ingiustificato o che il soggetto non abbia riportato conseguenze serie dall’evento ma solo la ragionevole certezza che all’atto dell’incidente da parte del soggetto di essere in immediato pericolo di vita. Anche il timore, a seguito rilevatosi assente, di avere contratto una patologia incurabile e mortale, può provocare un DPS. Da quel momento il soggetto rivive costantemente l’evento, soprattutto in presenza di immagini, suoni o letture suggestive per esso, lo ripercorre in incubi e sogni terrifici, evita di ripercorrere la strada in cui è accaduto, è compromesso nelle autonomie decisionali e nella qualità della vita.

Nella società civile il DPS può seguire a un incidente stradale o a un qualsiasi evento traumatico ma nelle Forze Armate, specialmente se impegnate in missioni estere, ha elevatissime possibilità di riscontro. Si consideri inoltre che nel personale militare, che dispone della pistola d’ordinanza, il suicidio é un evento largamente previsto.

Il DPS da cause militari riguarda anche le donne da quando sono state ammesse nelle Forze Armate e impiegate in missioni traumatizzanti, sul territorio nazionale o estero. Generalmente le donne non vengono inviate, diversamente dai colleghi, in missione per una settimana o quindici giorni tra le montagne irachene, anche per limitare il rischio di una devastante pubblicità nel caso di un loro sequestro da parte dei miliziani, ma nella gran parte delle missioni donne e uomini condividono gli incarichi. Nel Convegno Ministeriale sul Suicidio nei militari di qualche anno fa, si è parlato ripetutamente del trauma psicologico che ha investito indifferentemente gli uomini e le donne che avevano partecipato a Lampedusa al recupero e ricomposizione dei corpi delle oltre quattrocento vittime di un naufragio.

I nuclei di psicologi e di psichiatri che intervengono nella selezione, nell’arruolamento e nel monitoraggio degli uomini e delle donne militari, sono particolarmente attenti a un fenomeno che può risultare devastante per la vittima ma anche per i colleghi e per i familiari. Per questo motivo la Sanità interviene nel migliore dei modi possibile. Il DPS (il termine fu coniato parecchi anni dopo) è di frequente riscontro negli archivi degli ospedali tedeschi della prima e della seconda guerra mondiale, in particolare in relazione ai richiamati dalla Campagna di Russia. Il fenomeno divenne bruscamente noto al grande pubblico quando i reduci della guerra di Corea e del Vietnam tornarono in patria.

Non essendo all’epoca disponibili farmaci attivi sulle psicosi e sulle dipendenze da stupefacenti, si cominciò a ricorrere a una tecnica di psicoterapia breve perfezionata dalla Scuola di Palo Alto e mediata da una ricerca segreta condotta durante la seconda guerra mondiale finalizzata a migliorare i sistemi di puntamento delle batterie antiaeree. Alla Task Force collaboravano anche psicologi, ai quali maturò l’idea che anche i comportamenti umani in corso di patologia acuta non seguono traiettorie imprevedibili ma percorsi che possono essere ciberneticamente previsti e controllati. Nacque così la terapia breve conosciuta come Terapia Familiare o Ottica Sistemica che studia il disturbo non in base alla persona ma in base al gruppo di appartenenza e alle Leggi (standard) che governano le interazioni patologiche. Oggi il livello di assistenza psicologica e psichiatrica per prevenire e curare il DPS é molto evoluto, ma la patologia rappresenta comunque un momento drammatico per il soggetto e l’entourage. I nostri uomini e le nostre donne affrontano coraggiosamente un nemico esterno e un nemico interiore nella certezza che non saranno lasciati soli.

Gabriele Quattrone

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